NON TORNERANNO I PRATI | recensione-installazione | Città di VICENZA dicembre 2014 | QUANDO IL CINEMA NON FA IL SUO DOVERE

NON TORNERANNO I PRATI
finché ci saranno basi militari
e strade pedemontane mafiose

recensione-installazione
CITTÀ DI VICENZA dicembre 2014

consegna delle croci di The Burning Cemetery
QUANDO IL CINEMA NON FA IL SUO DOVERE

non torneranno i prati

finché ci saranno basi militari e strade pedemontane mafiose

Pubblichiamo di seguito la recensione al film Torneranno i prati di Ermanno Olmi che comparirà a giorni nel catalogo ufficiale del BWF Brescia Winter Film 2014 e che è stata resa pubblica in anteprima da Roberto Serafin, autorevole decano tra i giornalisti professionisti milanesi, storico redattore delle riviste ufficiali del CAI Nazionale. Al seguito della recensione seguirà un’installazione a sorpresa prevista come atto finale di The Burning Cemetery, già annunciata in queste pagine, in un luogo a sorpresa della Città di Vicenza, presumibilmente verso gli ultimi giorni di dicembre 2014. Attenzione alle note a margine. Piuttosto forti.

RECENSIONE

QUANDO IL CINEMA NON FA IL SUO DOVERE
o del qualunquismo della produzione o dell’imbonimento culturale
mediante un’improbabile poesia e la tax credit

Dopo avere scritto il breve ed esplosivo saggio Consegna di immaginario, Davide Torri, direttore di un importante e coraggioso festival di cinema di montagna mi ha chiesto di scrivere un testo dove ci fossero montagna, freddo, neve, inverno e naturalmente cinema. Il caso vuole che ho assistito ad una delle prime proiezioni pubbliche del film Torneranno i prati di Ermanno Olmi, al cinema Lux di Asiago.

Importanti il contesto e il luogo. È una piovosa domenica autunnale. Con me una squadra di ragazzi giovanissimi, tra cui i miei figli, nonché una buona schiera di amici alpinisti con cui giro le montagne e l’Altipiano da molti anni. Accompagnare una “truppa” di giovanissimi a vedere un film di guerra è difficile, specie se l’autore è un grande maestro del cinema di impegno. Visto la “prossimità alle circostanze”, l’ho sentito come un dovere di padre. Vivo infatti tra una città militarizzata, Vicenza, e decine di migliaia di morti sepolti nelle montagne in cui sono nato e cresciuto.

All’uscita dalla sala, la prima cosa che ho cercato sono stati gli occhi dei miei compagni, giovanissimi e coetanei, per capire cosa gli fosse rimasto. Le loro prime impressioni. Retiniche, vorrei dire. Addirittura sonore. Che vanno oltre il suono e la luce. Infatti, su questo posso essere rapido, la fotografia (Fabio Olmi) e la musica (Paolo Fresu), come pure le scenografie e l’ambientazione, la luna su Cima Portule, sono tutte parimenti maestose.

Per non dire i metallici tocchi preziosi del percussionista Roberto Dani, quasi a sottolineare il silenzio e il rimbombo delle bombe, i due estremi di questo onirico film di Olmi. Ma per il resto devo dire che sono uscito sconfitto. Sconfitto nell’animo di combattente che vorrebbe trarre alimento per continuare a combattere per la giustizia e la libertà. Ho trovato la scrittura del film, la sceneggiatura, i dialoghi, i passaggi, molto deboli. Addirittura, in certi frangenti, infantili, dotati di una improbabile poesia che la guerra non ha. Sì, sappiamo che in guerra qualche volta si cantava… Ma questa confidenza di Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern dopo la durezza di Uomini contro non giustifica la debolezza del film di Olmi.

Il primo fatto grave è che questa debolezza, quella del film, si trasferisce nel cuore e nella mente dello spettatore che esce dalla sala senza voglia di combattere per sconfiggere le cause delle guerre. Cosa ci si poteva aspettare da certe scelte di regia, dove il giovane ufficiale non poteva non essere che un amante delle umane lettere e della filosofia? E già questo dice molto sul “teatro” troppo disinnescato che si sta per solcare. Nell’unica scena magistrale, dal punto di vista attoriale, quella in cui l’attore “declama” una lettera alla madre, al Tenentino gli esce tremula dalla bocca un’infelice formula assolutoria, ipercattolica, che manda in malora l’intero film.

Che uomo sei se non perdoni? Ma cosa vuoi perdonare Olmi agli uomini infami che hanno voluto la guerra? Quando mai in quella folle indiscriminata caotica carneficina che è stata la Grande Guerra un soldato ha chiamato al perdono? Magari per i suoi superiori. Perdona perché non sanno quello che fanno. Un soldato! Non voglio certo invitare alla vendetta. Ma alla condanna sì. Alla condanna perenne. Senza riserve o prati che non torneranno se seminati dallo sterile lamento poetico che comunica questo film.

Il quale non offre neppure una chiara visione. Anzi, trasforma l’abnorme disperazione della trincea in pietà, suggerendo una formula assolutoria per le bassezze dell’uomo. Accreditata dallo stesso “alto” naturalismo poetico fatto di presenze animali gentili, topolini, lepri, volpi, inframmezzate da scene assolutamente improbabili e povere di qualsiasi verosimiglianza storico-narrativa: l’assurda e scontata uccisione di un soldato sulla neve da parte di un cecchino; il larice indorato e fulminato nel suo essere qui simbolo maltrattato; il teatrale suicidio di un commilitone che prima va a pisciare come le bestie che annusano l’entrata al macello; la corifeica quanto flebile bestemmia “Dio infame”, che sembra una dolcezza nella bocca dei soldati che a quel dio avranno sicuramente gridato “can e porco”, se non addirittura “mascio”. Parola di veneto.

Tutto sembra una “recita” ingessata, imbalsamata, accatastata sulla bravura degli attori, troppo attori, che tentano di essere salvati in extremis da un collage di pellicola storica assolutamente fuori luogo. Pori can, invece, ’sti soldati lo sono stati per davvero, come si accenna in un altro debole passaggio del film.

Attenzione però. Pori can bastonà insieme a noialtri, quando il cinema non fa il suo dovere, quando non consegna elementi sufficienti per continuare a lottare, ma inietta flebili poesie o puerili idiomi dialettali, avvalorando senza rendersi conto la retorica dell’Unione dell’Italia attraverso la guerra o, peggio ancora, improbabili assoluzioni di una follia mal raccontata.

Mille volte meglio allora il poco attendibile ma meravigliosamente pirotecnico per la coscienza… Uomini contro di Rosi. Perché da Asiago si esce dal cinema male accompagnati, con risposte che non sai dare, spiegando ai tuoi figli che pure il primo sponsor di questo film – secondo fatto ancora più grave – è un infame, etimologicamente parlando e secondo il giudizio di molti, istituto bancario.

I miei figli e i miei compagni mi guardano a questo punto con occhi sgranati. Spiego a loro che quella Banca che fa mostra di sé all’inizio del film è il primo sovvenzionatore occulto della militarizzazione della nostra città! Vicenza! La stessa  Banca che con il tax credit ora non solo si lava la mani apparendo il bravo sostenitore di questo film di impegno civile, ma diventa anche un abile imbonitore per una pletora di spettatori che non sanno più riconoscere le strade del male.

E che perdonano tutto. Come il debole Tenentino. Facendo diventare tutti i soldati eroi nazionali quando invece, sarò duro, quei soldati non hanno avuto il coraggio, la forza e l’intelligenza di ribellarsi alla guerra. Alla divisa! Di disertare fin dal primo giorno che le loro zucche percepivano la follia! Altro che eroi nazionali. Sottomessi alle barbarie e pavidi condannati alle forze del potere! Quanto gli stupidi produttori di questo film che l’hanno venduto a una banca che investe in economie di morte costruendo basi militari in un ridicolo scenario UNESCO, oltraggiando queste terre già martoriate da migliaia di morti! Che schifo.

“Di’ solo una parola e io sarò salvato”. Questo ci insegna il Fabio Fazio di turno. E questo fa cadere l’Italia teledipendente nella bassezza politica e culturale che non dobbiamo mai smettere di attaccare quando la vediamo apparire anche nelle forme e nei lavori dei registi che meno ti aspetti. Italia succube di una triste edulcorata televisione che allontana il grande cinema dal suo primo dovere. Quello di farti uscire dalla sala come un indomabile e incontenibile combattente.

Vicenza 10 novembre 2014
alberto_peruffo_CC

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Bocchetta Paù, THE BURNING CEMETERY  Agosto 2013

NOTE A MARGINE E POST SCRIPTUM
A SPIEGAZIONE E A DIFESA DEL MIO OPERARE E RELATIVE CONSEGUENZE

Gianni Zonin, commensale di G.W Bush alla Casa Bianca, presidente della Banca Popolare di Vicenza, il 15 gennaio del 2007, per convincere l’opinione pubblica, dichiarò che non conosceva un imprenditore che fosse uno contrario all’ampliamento della base militare di Vicenza. A quel tempo si occultava che fosse “nuova” in quanto atto inequivocabilmente incostituzionale e antiparlamentare. Oggi hanno perfino cambiato nome, a suggello di quel crimine. Almeno sulla carta, Dal Molin è stato ucciso da Del Din. A riguardo, il sindaco Achille Variati, nell’ottobre del 2008 gettò letteralmente nella spazzatura la voce di 23050 persone che dissero no alla base nonostante l’annullamento del referendum imposto dalla parte corrotta dello Stato. Ora, Matteo Marzotto, (ex?) Fiera di Vicenza, ha portato le armi “leggere” in città e siede in CDA della Banca Popolare di Vicenza. Dire che siamo stanchi di questi personaggi che avrebbero dovuto cambiare l’Italia e invece l’hanno martoriata e ingannata con il loro imbonimento di facciata, proprio di fronte ai fatti citati e a molti altri che qui non cito, è un eufemismo.

Ad esempio e per circuiti molto corti, cosa ci ricorda Marzotto nella Valle dell’Agno? Un progetto di comunità socioindustriale fallito che ha arricchito la proprietà di famiglia in modo in-commensura-bile, sia per il cittadino sia per le casse della comunità, sulle spalle di centinaia di altre famiglie lasciate alla deriva di una città senza anima, Valdagno, portando capitali e idee all’estero, spesso eludendo il fisco e ingannando gli operai, le maestranze. Scendendo per la Valle, il Conte Marzotto ci ricorda 1 milione di euro (1.000.000) regalati a Berlusconi, spalmati come una bestemmia sulla sinistra idrografica di un territorio sbranato da una strada Pedemontana Veneta in mano alle mafie, all’altezza di Trissino, dove una fila di ignobili capannoni ha sottratto spazio alla stessa strada che si vorrebbe far passare in galleria triturando le pestifere terre fluorate della Miteni (ex Ricerche Marzotto), una delle fabbriche chimiche più pericolose d’Italia e sotto indagine per inquinamento alle falde. Infine, arrivando a Vicenza, girando in fondo alla valle a sinistra, si incrocia oggi l’ultimo Marzotto, Matteo, un bell’uomo (vestito) tutto d’un pezzo e che fa pure del bene, sempre di facciata, alla Zonin, altrimenti non si spiega come possa abbandonare la Fiera di Vicenza dopo avergli fatto fare il salto di qualità con l’arrivo a febbraio 2015 della più importante esposizione di armi leggere in Italia (occultando anche qui il nome, da Expo Armi a HIT), rubandola al polo guerrafondaio di Brescia. Dove siede ora? Nel CDA della Banca Popolare di Vicenza. Tutto torna. Ovviamente. Armi e bagagli. Affari e finanza.

Non torneranno invece i prati finché ci saranno strade pedemontane mafiose, basi militari, o, peggio ancora, film imbonitori finanziati dal tax credit di banche le cui dirigenze hanno voluto la militarizzazione, agevolate da produttori ciechi e qualunquisti che non conoscono la storia del territorio in cui filmano, favorendo compensazioni culturali e improbabili poesie. Dire che siamo stanchi di questi personaggi, è un eufemismo. È  dire niente rispetto a quello che faremo, a quello che farà ogni persona coraggiosa dotata di coscienza civile se qualcuno dei nostri figli morirà di cancro o di altre conseguenze da addebitare a queste scelte, scelte che hanno fatto diventare una città culturale una città militare, scelte che hanno infestato le nostre valli. Non dimentichiamo gli stupri dei militari americani alle donne di Vicenza, siano esse nostre figlie o prostitute vittime e conseguenza della deriva militare della città e dell’intera provincia. Non dimentichiamo la Valle del Chiampo e dell’Agno, conosciuta dagli oncologi sotto un un unico nome, la Valle dei Tumori. Se ciò accadrà non denunceremo questi fatti alle forze corrotte dell’ordine, ma busseremo alle porte dei Zonin, Variati, Hullveck, Galan, Sartori, Nosiglia, Schneck, Marzotto, Moretti, Zaia, Dal Lago, Albanese, Costa, Vernizzi, a casa loro, gli prenderemo civilmente per gli stracci e gli porteremo in piazza e sulle tombe dei nostri figli a sporcarsi del nostro sangue le loro già torbide coscienze.

«Non mi ingannate più. E, in cuor mio, non vi perdono».
Diceva due secoli fa uno di cui aver paura.
Allo scritto del quale sottoscrivo la mia firma.
La memoria non deve mai essere perdono.
Ma discernimento.
Alberto Peruffo

P.S. Lo sapete. L’unica nostra arma è la cultura, la forza del pensiero, l’azione intelligente, l’analisi intransigente. In altre parole, l’esperienza condivisa e i fatti, tutto ciò che è scritto e documentato e argomentato, messo davanti al nostro interlocutore con forza. In modo civile, senza equivoci, senza indietreggiare di un passo. Neppure contro la violenza di uno Stato ingiusto e corrotto. E per questo fa paura a qualsiasi persona dotata di intelletto e di coscienza. “Quando la cultura fa paura”, scrivevo tempo fa. Le persone citate in questa nota veramente devono avere paura e nulla possono fare per cancellare quello che hanno fatto. Possono fare una sola cosa. Ammettere le loro colpe e ritirarsi. Nessun perdono devono ricevere. Ma solo condanna. Civile e senza riserve. Questo resterà nella memoria dei posteri. Persone che hanno massacrato il territorio vendendo fumo ai cittadini. Imbonimenti sotto forma di cultura o sotto altre forme sottili di compensazione. Ma se continuano così e accadrà qualcosa ai nostri figli, giuro sulle 50000 tombe degli altipiani, gli prenderemo civilmente per gli stracci e gli porteremo in piazza andando a prenderli direttamente a casa. E gli faremo annusare il sangue dei nostri morti. Senza che possano pronunciare una sola sillaba di retorica come è in uso di questi tempi nelle celebrazioni del centenario della Grande Guerra. Dove si rende omaggio a eroi che non hanno avuto il coraggio di ribellarsi alla follia suicida dei loro “compatrioti”. Che eroi sono questi? Parafrasando l’inconsulta domanda-affermazione della scena più importante del film di Emanno Olmi, direi: che uomini sono questi!? Il povero vecchio maestro ha fallito l’obiettivo che si era prefissato nel fare questa “memorabile” opera: uscire dalla sala condannando senza riserve e senza ingiusti perdoni la guerra, a testa alta, pronti ad affrontare l’infido nemico che si nasconde addirittura tra i titoli del film. Una cosa utile ha fatto tuttavia il maestro. Mi ha fatto capovolgere il concetto di eroi della Grande Guerra. Nessun eroe in quella guerra! Ma solo vittime senza coraggio di ribellarsi. Non basta strapparsi due mostrine alla fine della guerra. Come non basta dire a loro “riposate in pace” e a voi, spettatori di questo film, “bello, davvero un bel film, la messa è finita, andate in pace”. Nessuna facile pace all’anima vostra! Solo l’allarme costante delle coscienze contro l’inganno delle parole pronunciate da uomini pusillamini e compiacenti può costruire e mantenere una “vera” pace. Anche vigilando tra i titoli di un film. O nel momento topico di una grande costruzione teatrale: che uomo sei se non perdoni? L’impunità è il marchio di garanzia del declino dell’Italia. Da sempre. Dal tempo del commercio delle cattoliche indulgenze. Il primo viatico al proliferare delle mafie.

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Dedico questa recensione a Daniela Muraro e agli amici Cittadini/e di Montecchio M. contrari alla Pedemontana, a Massimo Follesa e al COVEPA, al Gruppo Presenza Longare, ai ragazzi e a tutti i volontari del Presidio No Dal Molin e dei Comitati contro la Base riunitisi al tempo della Consultazione del 5 ottobre 2008 alla Casa per la Pace di Vicenza. Alcune tra queste persone con la loro passione, dignità, resistenza che supera ogni immaginazione (a Longare ci si trova davanti alla Base Pluto da più di vent’anni!) hanno raggiunto l’apice del dovere civile e sono di esempio per tutti noi. Se potessi farlo a nome della comunità (spesso troppo assente), vorrei semplicemente ringraziarli. Non ci rendiamo conto di quanto la loro “presenza” sia importante, anche di fronte alle nostre “assenze”. A volte perché impegnati su troppi fronti, non solo civili.

APPROFONDIMENTI

BRESCIA WINTER FILM http://bresciawinterfilm.it/ ROBERTO SERAFIN http://www.mountcity.it/index.php/2014/11/15/torneranno-i-prati-di-ermanno-omi-un-capolavoro-o-uno-sterile-lamento-sulla-guerra/

CONSEGNA DI IMMAGINARIO https://casacibernetica.wordpress.com/2014/11/04/consegna-di-immaginario-un-intervento-storico-teorico-esplosivo-pubblicato-in-contemporanea-da-alessandro-gogna-e-altitudini/

THE BURNING CEMETERY A BOCCHETTA PAÙ https://casacibernetica.wordpress.com/2013/08/11/bocchetta-pau-burning-cemetery/

THE BURNING CEMETERY SULLA RIVISTA VIA DOGANA https://casacibernetica.wordpress.com/2013/12/18/via-dogana-107/

THE WANDERING CEMETERY A MILANO NOVEMBRE 2014 https://casacibernetica.wordpress.com/2014/11/06/the-wandering-cemetery-proiezione-dello-storico-video-a-milano-presso-la-libreria-delle-donne-presenta-luisa-muraro/

QUANDO LA CULTURA FA PAURA https://casacibernetica.wordpress.com/2013/02/20/quando-la-cultura-fa-paura-vicenza-e-assisi-sindaci-della-vergogna-lettera-e-brogliaccio-unesco/

UNA SINTESI SU VICENZA MILITARE http://www.iborderline.net/frontline/2012/04/qui-vicenza/

MITENI FALDE INQUINATE http://www.osservatorioambientelegalitavenezia.it/falde-opache-alti-valori-di-pfas-in-veneto

MATTEO MARZOTTO DOUBLE-FACE http://vvox.it/2014/12/02/marzotto-double-face-dimissioni-da-fiera-vicenza

PEDEMONTANA VENETA TOSSICA E MAFIA http://wwwcovepa.blogspot.it/

NO DAL MOLIN http://www.nodalmolin.it/

  1. claudio muraro

    Sta bene parlare chiaro, anche con nomi e cognomi. Bene

  2. claudio muraro

    ,,,,,cosa vuol dire “moderato”???

  3. giovanna maccà

    grazie per aver dato voce a ciò che avevo percepito

  4. Alfonso Sabin

    Anch’io penso che non torneranno i prati se non parliamo chiaro sui crimini commessi nella GG. Guerra voluta da una minoranza ma che contava molto e che è riuscita a battere la maggioranza. Ti ringrazio Alberto per questo tuo intervento.

  5. Flavio Frc

    “Torneranno i prati” film stupendo da un punto di vista estetico, a livello contenutistico risente di un’epoca trascorsa dove il popolo viveva per lo più in una diffusa miseria materiale e situazione di analfabetismo, l’elite imbevuta di retorica militarista e concetti astrusi quali “patria, onore…” o emergenti capitalisti che miravano al lucro della guerra…
    L’unica guerra attuale è quella contro il cemento e l’asfalto che sta miseramente ricoprendo questo paese indipendentemente da qualsiasi appartenenza politica di giunte e governi.
    Il perdono? lo chiederei ad un bambino che vive in una prigione/lager che si chiama Striscia di Gaza…

  6. Pingback: CONSEGNA DELLE CENERI | 16-17 gennaio 2016 | Casa di Cultura Contemporanea

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