MITENI vs COMMISSIONE COLLIRIO | cronaca di una giornata in Comune

REPORT di Alberto Peruffo, 19 ottobre 2016

Segue una mia breve ricostruzione della riunione avvenuta in Sala Consiliare, ieri sera.

ac-21Avverto. La politica non è cosa per cuori leggeri o per persone che pensano che impiegare tempo su scene pubbliche dia loro un’aura di dignità, personalità, sportività, realizzazione di sé. Perché non hanno altro meglio da fare per guadagnarla. La politica è avere nelle proprie mani la vita di altre persone, e chi scherza con questo, forse ha sbagliato funzione. Perciò il compito di un cittadino, che ascolta e argomenta in questioni di prima politica, è quello di dire le cose. Anche in modo duro, se si tratta di questioni vitali. Senza guardare in faccia a nessuno.

Inizio dalla presenze. Che sono anche assenze.
Non vi faccio i nomi dei presenti tra la Commissione, li troverete nel verbale e alcuni emergeranno nelle righe successive.

In Sala, e in sua prossimità, a parte un paio di giornalisti, tra cui Marco Milioni, 3 agenti della Digos, 4 o 5 carabinieri, due agenti della Polizia Locale, forse 3, i cittadini di Montecchio erano meno di 10. C’erano più addetti e forze dell’ordine che cittadini. Questo è quanto. Non commento. Anche perché se lo faccio, lo farei a sfavore dei “cosiddetti” cittadini, che forse sarebbe meglio chiamare “villeggianti”.

Ha aperto con fare remissivo, da prete in modalità di perdono, neppure di prete confessore, Maurizio Scalabrin. Il suo tono di voce, il suo fare ossequioso, il suo riso frequente, il suo mettere troppo le mani in avanti prima di ogni domanda, ha esautorato in modo inammissibile la dignità che la sua carica di Presidente di commissione imponeva. La sua autorità pubblica di Presidente è uscita dalla finestra. Influenzando anche gli altri controrelatori. Probabilmente, come molte delle persone presenti in Commissione, non si sa bene cosa significhi dimostrare autorità, negli argomenti e nelle mansioni. Essere autori delle proprie funzioni. Si praticano meglio gli abusi. Come zittire la gente. Che non può giustamente interrogare. Ma certamente rumoreggiare. Comunque ha fatto quello che doveva fare, anche se non come si doveva fare. Ha posto le domande. E il “Dottor Nardone” e i suoi colleghi hanno risposto in modo autorevole, cioè secondo quanto la loro mansione di autori, delle loro funzioni, disponeva. Cadendo tuttavia in diverse aperte contraddizioni non colte a sufficienza dal contraddittorio “non preparato” dalla Commissione. Ossia dalle questioni che si potevano sollevare dopo le risposte di Nardone alle domande preparate e poste per voce di Scalabrin.

Non mi soffermo su tutti gli argomenti tecnici che sono stati toccati. Una parte delle risposte dei Dirigenti Miteni è stata ovviamente una meditata informativa propagandistica sulla buona attività dell’azienda e sulle proiezioni della stessa nel futuro prossimo, arrivando addirittura a presentare alcuni nuovi prodotti, tra cui, attenzione perché riemergerà alla fine, una speciale molecola per un nuovo “collirio”. Che porterà un grande reddito dai paesi che hanno l’occhio a mandorla, Cina e Giappone. Di sfondo ci sono sempre i sorrisi e gli oh! però! l’atmosfera lieta di gran parte della Commissione. Una Commissione deve essere neutra; non lieta, remissiva, docile. Che continua a dire grazie, grazie Dottor Nardone per essere venuto. Poi vi dirò il perché.

Tra le produzioni del futuro, redditizie, ci sono e ci saranno anche molecole per farmaci antitumorali, ha detto Nardone. Bene, ho pensato io. Stanno investendo su un “ciclo continuo”: producono i tumori, poi li curano. Che faccia tosta dirlo in una valle come la nostra e sapendo, io, le storie di alcune persone presenti in sala. Nessuno, dico nessuno, della Commissione ha mai sottolineato con forza la parola TUMORI, e neppure SALUTE, nel corso della riunione. Neppure quando Nardone, quasi affranto di fronte alla bontà della sua azienda, ha chiesto, ma “ditemi perché dobbiamo chiudere la Miteni, una fabbrica del genere… etc. etc?”. C’è stato silenzio! Silenzio assoluto la prima volta. L’ha chiesto in modo provocatorio una seconda volta. Alla fine, quasi richiesto dalla Sala, e da Nardone, stesso, Sonia Perenzoni ha deglutito, quasi sottovoce, con un sorriso, un “per la salute”. Così, come fosse scontato. Scontato un c…o!

Considerato il clima sopra accennato, mi soffermerò solo sulle cose ridicole o le prese in giro che non hanno avuto un pronto e autorevole contraddittorio. Per il resto leggerete i verbali o gli articoli dei giornalisti.

Nardone ha affermato che nei carotaggi fatti dagli organi preposti sono state trovate sì delle sostanze depositate nei terreni, ma assolutamente niente di preoccupante o determinante per quanto riguarda i PFAS. Ha quindi negato – NEGATO – che l’attuale inquinamento a Valle (la portata abnorme di questo inquinamento, documentata e sotto indagine) sia da addebitare alla Miteni. A parte il fatto che anche un bambino che guarda una mappa geografica dell’inquinamento vede che tutto si genera da quel punto, da Trissino, a parte questo fatto elementare, di fronte a una negazione del genere nessuno ha controbattuto: “ma perché investite 30 milioni di euro, due barriere idrauliche, filtri a carboni, per bonificare l’area Miteni, quando voi non siete i responsabili dell’inquinamento?”. Come si spiega un investimento del genere se loro non inquinano?

Ho colto un uso equivoco della parola “bonifica”. Sembra pensato per aggirare la questione. Così l’ho interpretato: loro – la Miteni – stanno esercitando il proprio operato di “bonifica quotidiana” della acque dei cicli produttivi perché sono e rimangono inquinanti e devono continuamente lavare le acque prima di passarle ai depuratori consortili. Ma, attenzione: la bonifica quotidiana non è una BONIFICA, ma una “continua depurazione” di acque contaminate e dei relativi processi, in progressivo aggiornamento. Punto.

Da qui deduco che se esiste invece davvero una “bonifica”, deve esistere un inquinamento storico delle falde dovuto a chi c’era prima di Nardone. Difficile ricostruire la storia. Qui tutti negano. E la magistratura indaga. Prima o dopo il rospo salterà fuori. Intanto noi beviamo – da anni – acqua inquinata, con l’assenso delle autorità preposte. È dal 2013 che queste lo sapevano “formalmente” e non hanno attivato alcun principio di precauzione. Sul quale poi ritornerò.

A questo punto mi sono uscite le valvole del cervello, perché, non sentendo nessuna presa di posizione di fronte all’evidenza contraddittoria sintetizzabile nel IO NON INQUINO/IO TUTTAVIA BONIFICO (non si sa cosa), si poteva calcare sulla natura storica dell’inquinamento. Avevo passato una domanda a Michele Santuliana che qui riporto testualmente:

«Quale eredità ha lasciato la RIMAR (Ricerche Marzotto), nel 1988, alla MITENI (Mitsubishi Enichem) nei terreni delle fabbriche ritenuti i responsabili dell’inquinamento? Riesce a quantificarla e a localizzarla questa eredità? In quali punti dei terreni? Non potrebbe lei stesso – la nuova proprietà – intentare causa contro la vecchia proprietà, il cui comportamento rischia seriamente di far chiudere l’attività per il danno irreversibile e comprovato ad ogni forte scroscio di pioggia?»

Santuliana riformula la domanda e fa diventare il danno sostanziale (all’ambiente, all’economia stessa della nuova proprietà che sta investendo in bonifiche) in “danno d’immagine”. Non riporto neanche la riformulazione della domanda, per non piangerci sopra. Basti la risposta secca dell’Avvocato Miteni: non ci abbiamo ancora pensato di fare ricorso per il danno d’immagine, ma ci penseremo. Grazie. Non so se capite la gravità di questo passaggio. Anche perché avrebbe potuto aprire la porta alla Miteni di Nardone – in difficoltà economica tanto da non potere investire né in marketing, né in contributi per le bollette dei cittadini – per dire qualcosa di più, per raccogliere forse dei denari dalla gestione criminale di Marzotto e metterli per il bene della comunità inquinata. Invece no. Superficie. Immagine. Tutto scorre via. I Nardoni passano. Nel mentre le falde ammorbano.

Riporto a proposito il parere di un autorevole amico, esperto di territorio, che mi scrive:
«L’inquinamento sulle falde profonde può essere causato solo versando le sostanze in un pozzo scavato appositamente, non con semplice sversamenti superficiali sui corsi d’acqua. Avete qualche notizia in merito? Se è stata fatta un’indagine all’interno dell’azienda di un pozzo chiuso in seguito? Gli operai sicuramente ne sapranno qualcosa… Un sistema simile era utilizzato dalla Tricom di Tezze dove hanno intombato fanghi della galvanica». Giro la questione all’Arpav e alla magistratura.

Altro passaggio malefico, questa volta di Nardone. A un certo punto afferma che per i PFAS 8 atomi dobbiamo stare tranquilli, tanto non vengono più prodotti, per gli altri… non c’è nessuna evidenza scientifica che fanno male alla salute. – Tutti tacciono. Per la pace dei medici e degli scienziati che hanno e stanno indagando. – Anzi, Nardone arriva a dire una bestemmia in fatto di etica: “nel giro di pochi giorni le molecole a 4 atomi, meno persistenti, vengono assorbite dall’organismo”. Come per suggerire, non preoccupatevi. E sorride. Deduco il suo pensiero: se anche li beviamo, poco importa. Chi se ne frega. Non fanno mica male. Bevete e non rompete le palle.

Questo è il punto: io non ho digerito che “lui” dia per scontato che “noi” dovremo bere SEMPRE E SOLO acqua inquinata. Certo, filtrata. Sapete perché? Così ha detto: perché l’acqua pura non esiste, l’emissione pura non esiste. Volete essere contro il progresso? In fin dei conti voi tutti usate la plastica, i ritrovati della tecnologia. Ed è partito con una retorica generalista che fa paura perché dimostra quanto povera sia la testa di quest’uomo, e forse anche di chi l’ascolta senza contraddirlo. Con forza. È arrivato a dire che quando usciamo da casa con l’automobile noi tutti facciamo emissioni ed inquiniamo. Non esiste un mondo pulito. Etc etc. Attenzione: a parte l’oscenità di chi generalizza su cose vitali, non c’è stato un battito di ciglia per fargli notare che l’emissione di un automobile di un singolo cittadino è una cosa, come ordine di grandezza, l’inquinamento riscontrato su un’area dove vivono 300000 persone che parte da un’azienda, o da un sito, un’altra. Niente. Neppure su gli ordini di grandezza che anche un infante glieli avrebbe sputati in faccia. Non è un caso che l’Avvocato Miteni abbia usato poi la metafora della Volkswagen per far passare certi concetti “bonificanti”. La strategia del linguaggio si prepara a tavolino quando le partite hanno una posta alta. E chi non ha buoni strumenti ci casca. Credete di avere a che fare con dei ciarlatani? Sono dei professionisti. La Perenzoni ha ripreso, invece, poco dopo la metafora. Ribadisco il concetto: le metafore sono importanti nell’intelligenza di un discorso. Dimmi che metafora usi, e ti dirò chi sei o dove vuoi arrivare. Le parole sono tutto, anche per prendere in giro le persone.

Un passaggio ora veteropadano dove mi sarei aspettato un levar di bandiere dalla parte della Repubblica Veneta. A un certo punto, il Nardone ha detto che lui è veneto, che si sente veneto. Passatemi la battuta, ma se restassimo alle apparenze somatiche e alle posture linguistiche, è più veneto un magrebino di Arzignano che l’AD della Miteni. Perché? Primo: parla troppo senza sporcarsi le mani sul territorio. Secondo: non è sufficiente dire mi sento veneto (di passaggio: nessuno gli ha chiesto se beve l’acqua del Veneto o se lo bevano i suoi figli, per sentirsi veneti a tutti gli “effetti”, anche quelli indesiderati). Mi sento veneto… Che bello! E poi afferma che a nord della MIteni sono state riscontrate tracce di PFAS maggiore rispetto ai luoghi inquinati a valle! Sì, sì, ha detto a nord. Scusi Nardone, a nord? Qui mi aspettavo… un luogo conosciuto! Non può essere Campogrosso! No, no. Forse Recoaro? No, Valdagno! Macché, Castelgomberto? No a Nord… A Treviso!!! A Treviso, ha detto Nardone. A TREVISO!…. Veneto dei me c….. direbbe il mio amico contadino Mazzocco.

Treviso – fuor di metafora – è perfettamente ad Est di Trissino, cioé fuori tiro completamente da ogni sano rapporto con il territorio di cui ci erge a difensori. Sigh. Che sia solo scarso in geografia?

No. Mi ha fatto davvero specie sentire questo dirigente arrivato da chissà dove a tergiversare sul suo amore per il territorio, che neppure conosce. Sì, amore forse per il Veneto imprenditoriale e pasticcione. Ha infatti ribadito che qui è impossibile lavorare, ora che hanno messo i limiti troppo bassi per produrre le sostanze a 4 atomi. Così, d’un colpo. Mi hanno rovinato le ferie! Poverino. Ecco allora il suo avvocato a fare da controcanto ricordando che prima si poteva fare tutto perché non c’era norma. Ora niente. Finita la festa. La festa grande. Marzotto ne sa qualcosa. I suoi nipoti sono ancora in festa! Ma questi extraterritoriali – e i “nostri” interlocutori di Commissione – non si sono chiesti perché da noi c’è bisogno di avere limiti così bassi? Sanno dove c…o viviamo? Sanno quanto gente muore di TUMORE? Credono di vivere in luogo salubre? Invece zitti, tutti zitti. Tutti con i bulbi oculari secchi. Nessuno che gli abbia ricordato, anzi informato – perché stiamo parlando non con un extraterrestre, ma con un extraterritoriale – che viviamo in una delle valli più inquinate d’Italia e che noi esigiamo – abbiamo diritto, pagato col sangue – abbiamo diritto di avere i limiti più rigidi di qualsiasi altro luogo, perché ci hanno ammazzato e ci stanno ammazzando; io ne ho i c….i pieni di uscire da casa e sentire ogni giorno di una persona che ha un tumore! Chiaro? CHIARO?! Ho dei figli. Non vogliamo che vivano nel terrore. Una fabbrica in meno che ammazza o che ci racconta le storielle dell’oca è solo un successo per la civiltà di un luogo.

Le oche. Gli ochi. Gli occhi. Di fatto c’era un sentore di piume bagnate e di occhi annacquati. O secchi?

schermata-2016-10-20-alle-10-45-13Vengo al collirio. La parte più ridicola di tutta la riunione. Ma che serviva per allietare i bulbi oculari sopracitati. La signora X della Commissione, dopo essere partita abbastanza bene dicendo che lei avrebbe fatto domande birichine, e le ha anche fatte, sorridendo però sempre troppo, soggiogata dalle risposte precise dei dirigenti Miteni, ha posto alla fine, non ottenendo niente di eccitante dalle sue domande, la seguente questione: scusi, Dottor Nardone, anch’io soffro di secchezza al bulbo oculare, mi saprebbe dire qualcosa di più sul nuovo collirio? Lascio stare i dettagli e cosa le ho risposto, io, dalla prima fila della Sala. Ho comunque documentato un fatto: una Commissione al COLLIRIO. Che fa rima con delirio.

Per chiudere, mi aspettavo di più da Claudio Meggiolaro, in prima linea nella lotta alla Centrale con i comitati di difesa del territorio, 10 anni fa, invece anche lui è stato generico. Poco incisivo. Nessun accenno alla criticità in atto con la Pedemontana, che in zona Poscola ha dovuto deviare il suo già folle percorso per non incidere sulle terre imputridite dai PFAS. SPV? Zero di zero. Il migliore di tutti è stato alla fine l’Avvocato Palma. Niente di esuberante. Ma almeno ha posto il dubbio, in forma lieve, che se qualcuno sta bonificando forse sta anche inquinando o ha inquinato o ha il sentore – il sentore di prima – di inquinare. L’avvocato della Miteni, più sul pezzo dl lui, l’ha girata in modo magistrale, tirando fuori, qui!, il principio di precauzione – ovviamente normato secondo la sua norma – il quale principio, da arma di attacco che potrebbe essere ancora usato contro i Sindaci che hanno dato da bere acqua inquinata ai loro cittadini, specie con le Casette dell’Acqua, vedi Brendola, è stato trasformato in arma di difesa Miteni per avviare le procedure di controllo “non normate”: ancora prima che le norme lo prevedessero, la Miteni, santa fabbrica, ha avvertito che qualcosa non andava. Che dite? Forse abbiamo toccato il fondo e prima che scoppi la bomba, usiamo un po’ di precauzione.

Ha chiuso con l’ultima domanda Santuliana, chiedendo se gli operai assorbono o no i PFAS per inalazione. Sieti certi di questo?

Che domanda inutile in quel momento, visto che già ne avevano parlato e soprattutto perché bisognava chiudere mettendoli almeno una volta alle corde. Un pour parler. Come la chiusura di Scalabrin. E basta con tutti questi grazie, grazie, grazie, grazie, grazie, di essere venuti, dottori Nardoni… Ma pensate che siano venuti per niente? O perché costretti proprio dal grande can-can che c’è là fuori, proprio per quel danno d’immagine a cui possono riparare solo trovandosi di fronte un contraddittorio beota.

Questa era la mia domanda finale, da nessuno riportata:

«Considerando che se le cose andranno avanti così [inquinamento provato, inattendibilità sul breve termine degli effetti sulla salute sia dei PFAS a 4 che a 8 atomi, assenza di chiarezza e di dialogo ragionato su basi scientifiche e non su basi economico-politiche tra le istituzioni preposte al controllo], la popolazione è pronta a scendere in piazza per far chiudere la fabbrica, ha pensato dove trasferire la produzione e come ricollocare i dipendenti?»

Perché, a mio parere, la Miteni – se non si trova una soluzione chiara, trasparente, documentata scientificamente – va chiusa. Punto. C’è qualcosa di poco chiaro là sotto.

Ma forse prima andrebbe chiusa la Commissione Territorio Ambiente di Montecchio.

O curata con un COLLIRIO diverso da quello prodotto dalla Miteni.

Alberto Peruffo
Montecchio Maggiore, 19 ottobre 2016
alberto_peruffo_CC

Un Commento

  1. Gianni Luigi Padrin

    In questa lettera si evincerebbe che la Commissione sembrava pagata dalla Miteni (cosa che comunque capita quando ci sono milioni di € che girano, in qualsiasi parte del mondo, e qui siamo in “Italia” ….); questo conferma comunque l’appartenenza politica comunale, con quelli che sono in regione, che infatti non hanno mai fatto nulla sui VELENO CANCEROGENICO-MUTAGENI del Veneto, proprio a partire dal 1976.

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