ANTROPOCENE VENETO | il consumo del SUOLO alla luce del nuovo rapporto ISPRA | il punto su ACQUA e PEDEMONTANA

via Orecchiona2012 copia

Antropocene veneto

di Dario Zampieri*

Se la modificazione del territorio e l’estrazione di rocce e minerali sono sempre stati un’esigenza delle società umane, almeno da quando queste hanno abbandonato il nomadismo per divenire stanziali, l’attività umana è attualmente diventata il principale agente di modificazione della superficie del pianeta, dieci volte più potente di tutti gli agenti naturali presi assieme (erosione fluviale, erosione eolica, erosione costiera, terremoti, frane, ghiacciai, ecc.). Anche a causa di questo, si è sviluppata un’intensa discussione scientifica attorno al termine Antropocene, proposto per indicare una nuova epoca geologica caratterizzata dalla presenza dell’uomo.

Nel Veneto è in corso una imponente opera infrastrutturale, che sta modificando lo stato fisico dell’alta pianura vicentino-trevisana. Un consorzio privato avrebbe dovuto costruire a proprie spese l’opera, in cambio della concessione trentennale a riscuotere i pedaggi. Le cose stanno andando diversamente e la mano pubblica è corsa a colmare la mancanza di risorse economiche necessarie per il completamento.

All’inizio del 2018 la Corte dei Conti ha dichiarato l’impossibilità di fermare la Pedemontana, ma ne ha decretato una forte censura che oltre a mettere in luce criticità pesanti ancora persistenti sul progetto, sul sistema dei costi, sulla convenzione, sui ritardati finanziamenti privati e sui mancati controlli, punta l’indice su una serie di questioni fondamentali ancora aperte quali il terzo atto aggiuntivo alla convenzione, le nuove stime di traffico, lo slittamento del cronoprogramma l’inefficienza del partenariato pubblico-privato, il ritardato closing finanziario, le problematiche delle opere complementari, le questioni ambientali, le disfunzioni delle procedure espropriative, il mancato coordinamento con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, la carenza dei controlli amministrativo-contabili.

La superstrada a pedaggio Pedemontana Veneta sarà un’arteria che collegherà Montecchio Maggiore (Vicenza) a Spresiano (Treviso) passando per il distretto industriale di Thiene-Schio, per Bassano del Grappa e a nord di Treviso, interconnettendosi a 3 autostrade. Sarà lunga 95 km, cui si dovranno aggiungere 53 km di viabilità secondaria, e sarà l’unica superstrada italiana soggetta a pedaggio. Al di là del nome, si tratta dunque di una nuova autostrada a tutti gli effetti (con 13 accessi chiusi anziché i 44 aperti del progetto iniziale).

La prima vittima delle grandi opere del tipo Pedemontana è il suolo. Questo strato sottile pochi decimetri è stato paragonato alla pelle del mondo, cioè ad un organo vitale del nostro pianeta. Infatti riveste diverse funzioni: serbatoio di Carbonio (tre volte rispetto ad una foresta) che rimane catturato per centinaia di migliaia di anni, substrato indispensabile per la produzione agricola, filtro e serbatoio per le acque meteoriche. Inoltre, altri servizi ecosistemici forniti gratuitamente dal suolo rivestono la qualità degli habitat, la produzione di legname, l’impollinazione, la regolazione del microclima, la rimozione di particolato e ozono, la protezione dall’erosione.

Uno strato di 2,5 centimetri di suolo impiega almeno 500 anni per formarsi tramite processi fisico-chimici di degradazione delle rocce. Pertanto, alla velocità con cui viene distrutto è da considerarsi una risorsa di fatto non rinnovabile.

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La Pedemontana Veneta si inserisce nella fascia di pianura definita dal punto di vista idrogeologico ad alta vulnerabilità. Infatti, il sottosuolo della pianura veneta tra Vicenza e Treviso ospita un voluminoso acquifero attraverso il quale transita annualmente una volume d’acqua di circa 200 metri cubi al secondo (6300 Milioni di metri cubi per anno). L’importanza sociale ed economica di questo sistema idrogeologico è enorme, in quanto fornisce l’acqua potabile alla maggior parte degli abitanti della pianura veneta, cioè a qualche milione di persone. Inoltre, permette l’irrigazione delle superfici coltivate, fa funzionare numerosissime industrie di dimensioni medie e piccole, fornisce la materia prima alle aziende di imbottigliamento. La ricchezza d’acqua del sottosuolo è dovuta alla combinazione di fattori geologici ed idraulici. La geologia ha creato l’alta pianura tramite la deposizione di enormi volumi di sedimenti ghiaiosi/sabbiosi molto permeabili da parte dei fiumi che sboccano dalle Prealpi, come il Leogra, l’Astico, la Brenta, il Piave. Le ghiaie derivano dalla lenta erosione delle rocce che costituiscono i bacini montani. Allo sbocco delle valli montane i fiumi contribuiscono anche ad alimentare la falda d’acqua indifferenziata ospitata nelle ghiaie e sabbie che sono molto porose (acquifero), in quanto tra gli elementi di roccia arrotondati a contatto incompleto rimangono degli spazi vuoti in cui l’acqua può transitare. Una parte consistente delle portate dei fiumi viene così dispersa nel sottosuolo poroso infiltrandosi verticalmente verso il basso. Infatti, nei periodi di magra, tutta la portata viene assorbita e l’alveo dei fiumi rimane asciutto. E’ stato calcolato che mediamente vengono dispersi dai fiumi circa 50 metri cubi d’acqua al secondo, che vanno ad alimentare una falda d’acqua unitaria ospitata nel cosiddetto acquifero indifferenziato. Altri contributi alla ricarica dell’acquifero derivano dalla dispersione dei canali con fondo in terra per l’irrigazione (circa 10 metri cubi al secondo), dall’irrigazione a scorrimento (circa 8 metri cubi al secondo) e infine dalle precipitazioni piovose (circa 10 metri cubi al secondo). Al passaggio tra l’alta e la media pianura, quando la pendenza della superficie topografica diminuisce e i corpi ghiaioso-sabbiosi cominciano ad essere separati da lingue di materiali più fini, come i limi e le argille, la falda d’acqua unitaria sfiora in superficie dando luogo alla cosiddette risorgive (o fontanili, quando modificati dell’uomo), allineate lungo una fascia sinuosa detta delle risorgive, larga qualche chilometro ed estesa tra Isola Vicentina e Treviso. La portata media annua dello sfioro è di circa 50 metri cubi al secondo, cioè circa la stessa quantità dispersa dai fiumi al loro ingresso in pianura. La vulnerabilità di questo enorme acquifero è molto elevata, sia per quanto riguarda la quantità delle acque che per la loro qualità. La vulnerabilità quantitativa è testimoniata dall’abbassamento della superficie freatica, che lascia a secco i pozzi poco profondi, dalla diminuzione della portata dei fontanili e dalla scomparsa di molti di essi, infine dalla depressurizzazione delle falde d’acqua in pressione ospitate dagli acquiferi porosi intercalati a sedimenti argillosi impermeabili nella media pianura. Le cause artificiali dovute all’uomo sono lo sfruttamento intensivo della falda unitaria tramite l’emungimento eccessivo operato con migliaia di pozzi, l’impermeabilizzazione della superficie della pianura tramite le infrastrutture e l’urbanizzazione eccessiva e diffusa (sprawl e sprinkling urbano, due forme molto aggressive di consumo di suolo, rispettivamente tramite dispositivi di lottizzazione e a sviluppo spontaneo), lo scavo delle ghiaie in alveo.

Vi sono anche cause naturali, come la sensibile diminuzione delle precipitazioni, ma soprattutto la variazione del regime delle stesse, che vede lunghi periodi siccitosi alternati a nubifragi che riversano in poche ore gli stessi quantitativi di pioggia che un tempo cadevano al suolo nell’arco di mesi. Durante questi eventi l’acqua meteorica non fa in tempo ad infiltrarsi andando ad alimentare la falda sotterranea, ma scorre velocemente ingrossando la rete idrografica superficiale. Bisogna però ricordare che le precipitazioni rientrano nel sistema climatico generale e che nel quadro del riscaldamento globale antropogenico l’area mediterranea rappresenta un punto caldo (hot spot), dove l’aumento di temperatura rispetto al periodo pre-industriale è superiore a quello del valore medio del pianeta. In pratica, anche il mutato regime delle piogge può rientrare tra le cause indotte dall’uomo.

La vulnerabilità qualitativa della falda d’acqua ospitata nell’acquifero ghiaioso-sabbioso indifferenziato deriva dalla assenza di una copertura di sedimenti impermeabili. Qualsiasi sversamento di sostanze inquinanti va dunque direttamente a contaminare le acque sotterranee, come testimoniano i numerosi casi di inquinamento industriale (solventi clorurati, cromo, manganese, PFAS – questi ultimi in particolare nella vicina Valle dell’Agno, dove l’autostrada continua dopo aver superato in galleria la dorsale montuosa tra Malo e Castelgomberto – ecc.) ed agricolo (erbicidi, glifosati, ampa, insetticidi e fungicidi, ecc.) avvenuti negli ultimi quarant’anni. Va ricordato che, a causa della velocità del flusso idrico variabile da metri a centimetri al giorno in funzione della granulometria dei sedimenti, i pennacchi inquinanti che si propagano a valle hanno una vita attiva anche di decine di anni.

Risulta evidente che la superstrada pedemontana si inserisce in un’area della pianura veneta ad elevata vulnerabilità idrogeologica, già stressata da infrastrutture di ogni tipo: sprawl urbano, aree industriali ed artigianali, cave, discariche, autostrade, aeroporti, condotte per idrocarburi civili e militari aeree ed interrate, ecc. La continua modificazione del territorio, oltre ad aumentare il rischio dovuto ad episodi di contaminazione delle acque e ad impedire la completa ricarica della falda d’acqua, rende molto difficile, se non impossibile, la realizzazione di opere indispensabili per la difesa idrogeologica, come i bacini di laminazione delle piene, in quanto le aree rimaste libere da infrastrutture ed urbanizzazione sono sempre più ridotte.

Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA, rapporto 266/2017 sul consumo di suolo) tra il 2012 e il 2016 nel Veneto sono stati consumati circa 1950 ettari, pari all’1,1% del territorio regionale. Nel periodo novembre 2015-luglio 2016 il suolo consumato è stato pari a 557 ettari, ad un ritmo di 0,27 m2 al secondo. L’area che presenta il dato peggiore è compresa tra le città di Treviso, Venezia, Padova e Vicenza ed in particolare nella fascia posta a nord dell’asse Treviso-Vicenza, dove è stata avviata la realizzazione della Superstrada Pedemontana Veneta.

Il consumo di suolo registrato fino al 2016 ha determinato la riduzione dei volumi di acqua che normalmente possono essere immagazzinati nel suolo in misura del 14,2% del totale, con un massimo in provincia di Padova (19,1%), seguita da Treviso (17,7%), Venezia (16%), Vicenza (15,4%) e Verona (14,4%). Il consumo di suolo solo dell’anno 2016 ha ridotto i volumi d’acqua immagazzinabili di quasi 1.000.000 di metri cubi.

In caso di precipitazioni prolungate o concentrate, tali volumi, non potendosi infiltrare nel terreno, si scaricano nella rete idrica superficiale aggravando i fenomeni alluvionali.

Il rapporto ISPRA 288/2018, appena pubblicato, conferma che nel corso del 2017 il consumo di suolo con le sue conseguenze non si è fermato. A livello nazionale la regione del Veneto detiene un secondo posto, dietro la Lombardia, con circa 227.000 ettari (12,35%), ma nell’ultimo anno ha avuto l’incremento maggiore, con 1.134 ettari perduti (+0,5%). La nostra regione risulta la prima per consumo percentuale di suolo nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (ex D.lgs 42/2004, cioé coste, laghi e fiumi), mentre considerando i regimi vincolistici complessivi, che includono le aree montuose (al di sopra dei 1600 m sul livello del mare nella catena alpina e dei 1200 nella catena appenninica) e i vulcani, nonché gli immobili e le aree di interesse pubblico (ex D.lgs 136/2004) risulta la seconda, dopo la Campania. Nella classifica di consumo percentuale all’interno delle aree a pericolosità da frana (PAI) il Veneto si classifica al quarto posto, mentre risulta al quinto per il consumo nelle aree a pericolosità idraulica e al secondo nelle aree a pericolosità sismica. Riguardo a quest’ultima, per incremento percentuale rispetto al 2016, equivalente a 523 ettari, il Veneto risulta al quarto posto. Decisamente meglio va la classifica del consumo di suolo rispetto alla distanza dalla linea di costa, sebbene nell’incremento percentuale rispetto al 2016 il Veneto guadagni un secondo posto, che tende a colmare la seppur grande distanza rispetto a molte altre regioni costiere.

Nel rapporto si attribuisce il processo dell’incremento del consumo di suolo ad una ripresa della crescita economica del Nord-est, suggerendo un pericoloso accoppiamento tra andamento dell’economia e modificazione dell’ambiente. Se fosse così, viene da pensare che qui continua a predominare la old economy (mera crescita a base di ferro, cemento e asfalto), non certo i settori più innovativi basati sullo sviluppo che deriva dalla conoscenza.

Inoltre, per la prima volta si tenta di quantificare l’impatto economico del consumo di suolo in Italia, che produce perdite annuali molto elevate, tra le quali il valore più significativo è associato al servizio di regolazione del regime idrologico. Il valore economico complessivo di questo servizio discende dal rilevante valore biofisico, ovvero l’aumento del deflusso superficiale prodotto dal consumo di suolo (l’incremento del ruscellamento è stimato in oltre 200 milioni di m3/anno), ma anche dal costo della realizzazione di opere di mitigazione del rischio idraulico (fognature, opere di drenaggio, sistemazioni idrauliche, bacini di laminazione, etc.).

La stima dei costi totali della perdita di servizi ecosistemici varia da un minimo di 1,66 a un massimo di 2,13 miliardi di euro, persi ogni anno a causa dell’aumento di suolo consumato avvenuto tra il 2012 e il 2017. Tuttavia, le stime economiche ottenute non considerano la totalità dei servizi ecosistemici, ma solo una loro parte. I “costi nascosti” del consumo di suolo, quindi, potrebbero essere ben maggiori rispetto ai valori citati.

Che la città di Vicenza, duramente colpita dall’alluvione nel 2010, accetti la pesante trasformazione del territorio che le sta a monte non appare sorprendente, ma è certamente preoccupante. Come sosteneva già nel 1970 l’esperto geologo francese Marcel Roubault, le cosiddette catastrofi o calamità naturali non esistono, esistono gli eventi naturali che l’uomo trasforma in tragedia.

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ANTERSASS CASA EDITRICE | Montecchio Maggiore | VI
30 AGOSTO 2018

*NOTA EDITORIALE
Il testo è di Dario Zampieri, geologo e docente del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, da sempre sensibile ai temi della difesa del territorio e in prima linea su molte questioni territoriali.

HYPERLINK
Sulla Fontana di Valbona, il recente contributo di Michele Santuliana >> https://casacibernetica.wordpress.com/2018/06/16/valbona-valbona-che-non-tornerai-cronaca-di-un-abominio-la-distruzione-del-territorio-e-delle-sue-tracce-piu-antiche-nel-veneto-contemporaneo/

Sul Disastro della Pedemontana >> https://disastropedemontanaveneta.wordpress.com/

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  3. sebbene la corte dei conti abbia dettato il suo NO allo stato dei luoghi inquinati dall’attuale grande opera, ho tentato un approccio sul territorio verso quelle associazioni che si definiscono ONG per dibattere la questione e capire quali fossero le strategie di intervento e se volessero ricorrere al Tar del Lazio dopo il suo articolo esimio professore, non nella subitanea e contemporanea uscita di questo articolo nè del rapporto di cui lei fa menzione ma ho lasciato passare un po di tempo. Lascia sbigottito il silenzio anche di queste ONG! al riguardo che si occupano proprio di ambiente e tutela del territorio e del paesaggio. distinti saluti

  4. Gentilissimo Professore, al riguardo, veniva in mente una nota di un vecchio ma non in disuso testo di giurisprudenza. In primo luogo, sostiene che la Corte dei Conti ha rigettato il ricorso. sulla tutela giuridica degli interessi diffusi come lo è la tutela ambientale c’è un mezzo che si può adoperare a tutela di parte cui è leso il diritto. più propriamente c’è un mezzo con il quale si potrebbe riagire in giudizio. ovvero la legge permette la costituzione di comitati per le tutele di questi interessi cosa che può benissimo adire con le altre docenze, in secondo luogo il comitato sentiti gli aasessori dei comuni interessati e del cui leso diritto, possono attraverso lo strumento legislativo adire a loro volta alla presenza del comitato di cui ci si fa promotori le parti, la conferenza stato regione; la conferenza che è mezzo con il quale si individuano, sebbene vi sia stata un’intervento della COrte dei Conti, gli interessi diffusi e in maniera istantanea da luogo al successivo ricorso al TAR. se la regione Veneto attraverso lo strumento giurisdizionale amministrativo ha già negato al diritto di tutti questi comuni e dei soggetti interessati sul territorio, ci sarebbe questa opportunità di intervenire via ricorso al Tar del LAzio che è magistratura superiore per la reintegrazione dei diritti dei comuni e di tutti 1quqei soggetti cui lei fa riferimento in occasione proprio della regolamentazione degli sversamenti così, per regolare i flussi di detriti che si insinuano nel territorio. è un mezzo quello del comitato e della conferenza messo a disposizione delle tutele proprio di questi interessi come l’ambiente e soprattutto, il territorio. Ci creda. A risentirla.

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