CIAO, MAESTRO [Huantsan 1981] | In memoria di GIACOMO ALBIERO

Ciao, Maestro. a_

giacomo albiero 1981.jpg

Spedizione Huantsan 1981

Giacomo Albiero, alpinista e partigiano.
Montecchio Maggiore 21 settembre 2018

[foto del Capospedizione Giovanni Dolcetta]

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Il ricordo di Giacomo, preparato da Alberto Peruffo, per la celebrazione funebre del 24 settembre 2018.

Ho l’onore di ricordare la figura di Giacomo di fronte a così tanti amici. Lo farò per lampi.

TRE SILLABE
Gia-co-mo. Per me queste tre sillabe sono stato tutto, molto, della mia vita, tanto da aver dato nome al mio stesso primogenito. Giacomo.

LIBRERIA
Giacomo veniva spesso a trovarmi nella mia piccola libreria, qui, a pochi passi, dove nessun parroco ha mai messo il piede dentro. Giacomo sì. Lui era per me era come un padre, un padre spirituale. Dentro alla mia lIbreria sognavamo insieme: montagne, bellezze, lotte civili. I suoi occhi erano tutto. Bellissimi. Chiari. Sempre lucidi. Uno schermo dove passavano meglio di qualsiasi film o libro le esperienze sue e della memoria condivisa. Ricordo l’Eccidio della Piana. Mi diceva sempre; non dobbiamo dimenticare quei giovani morti, quell’infamia per l’Italia, il fascismo, la lotta tra fratelli. Non dobbiamo.
I suoi occhi erano tutto.

LA MONTAGNA
Quando parlava di montagna e di alpinismo, i suoi occhi erano amore, dolcezza e a volte tristezza infinita, specie quando ricordava Renato Casarotto, o i suoi compagni caduti. Altro che arrabbiato della montagna, come qualcuno ha detto, forse lui stesso, scosso dallo schifo della guerra. Giacomo era la quintessenza dell’amore per la montagna, era l’innamorato per antonomasia. Certo, un amore esuberante e incontenibile. Ma non ho mai visto l’ombra della rabbia quando Giacomo parlava di montagna, della sua Civetta, della suita. Poi capirete il perché di questa parola dialettale.

FOTO DELL’EPIGRAFE
Giacomo amava talmente tanto la Civetta, la sua parete Nordovest, che noi giovani, chissà quanti qua dentro, si sono avvicinati a quella grande muraglia come fosse un tempio accessibile – e non lo era – grazie proprio alla consegna di Giacomo, ai suoi racconti, alle sue parole. Alessio, mio storico compagno di cordata, proprio una settimana fa, sempre nella mia libreria, mi ha confidato che quest’estate ha ripetuto dopo 20 anni una famosa via che facemmo d’inverno e che ci segnò la vita. Ecco, non vi dico altro, ma la foto dell’Epigrafe che vedete in questi giorni fu fatta da Enrico Peruffo che con Giacomo era venuto sotto alla fredda parete, per tenerci compagnia. Riveder quella foto appesa ai muri di Corso Matteotti è stato per me un segnale forte. Specie associandola all’ultima sua straordinaria serata pubblica fatta insieme col suo grande compagno e amico fraterno, Pierino Radin, serata voluta dal Gruppo Rocciatori Renato Casarotto, a Vicenza. Pochi alpinisti di oggi hanno seguito l’esempio di Giacomo, anche a Montecchio. E se dovessi dare ascolto a Ferrovia, grande scalatore esuberante, mio amico, che mi invita ad aprire una nuova via per dedicarla a Giacomo, gli direi: c’è già una via dedicata a Giacomo, la Via Dei Montecchiani Ribelli, dedicata a lui in primis, e a tutti i suoi compagni ideali, passati e futuri, come quel Toni Giuriolo – comandante partigiano – al cui monumento di Campogrosso Giacomo curava i fiori in questi ultimi anni.

NO
Ho imparato il valore della parola NO tutte le volte che mi sono opposto alle cose che non vanno. Ma mai come venerdì, il giorno della sua morte, ne ho colto l’imponderabilità. Stavo salendo verso la Chiesa di Torreselle, uno dei posti più belli delle nostre terre, sul filo di confine tra le Valli di Schio e di Valdagno, e mi telefona mia moglie Martina. Mi dice semplicemente: Giacomo è morto. La mia reazione è stata altrettanto semplice, ma non scontata: ho urlato in gola e al telefono: NO, NO, e mi sono messo a piangere per tutta la salita. Ecco quel NO ha un valore enorme, anche se si sapeva che stavo morendo, e che stava soffrendo. Come mi ha detto Goretta ieri al telefono – la moglie di Renato – per quanto vecchi o sofferenti, non vorremmo mai che le persone care ci lasciassero, anche se hanno mille anni. Quel mio NO spontaneo, drammatico, è un NO alla morte e un SI’ alla vita.

QUEL NO HA UN VALORE IMPONDERABILE
Questo pensiero ho fatto pensando a Giacomo e a quel NO: l’uomo diventa uomo quando dice no. E’ facile dire sì al flusso delle cose, della natura, degli eventi, dei piaceri, delle barbarie. Ricordo un passaggio straordinario del Pianeta delle Scimmie, gli uomini malvagi che noi siamo, quando la scimmia leader dei ribelli – che non sanno parlare perché animali – dice la sua prima parola: NO. Un monosillabo senza equivoci. No di fronte all’ingiustizia. Il primo segno di umanità che porterà i ribelli a sviluppare il proprio linguaggio. A diventare uomini dopo essere stati bestie, uomini più forti degli uomini prepotenti, quegli uomini finti, pieni di sé e di falsa umanità, che violentano tutto e tutti.
Giacomo ha saputo da che parte stare e ha detto NO alla morte, e sì alla vita, alla bellezza, alle montagne, alla giustizia. Ha detto NO al fascismo, NO alle cose facili, NO ad una vita troppo comoda, NO all’ipocrisia che si nasconde spesso tra di noi, anche quando la domenica sediamo tra i banchi delle chiese o ci rifugiamo in montagna, dimenticando i miasmi delle città, o celebriamo le guerre di un tempo dimenticando quello di oggi: le sostanze tossiche che beviamo ogni giorno. Giacomo è sempre stato al mio, al nostro fianco, quando ci siamo opposti alle schifezze della nostra civiltà. Anche cristiana e cattolica. Che non segue le gesta di un Cristo o di altro buon uomo, perché vende sottobanco la sua stessa terra pur di avere la pancia piena e il giardino, la casa, in ordine.

DEVO DIRLO PER RISPETTO DI GIACOMO
Giacomo non credeva in Dio, almeno come molti credono, o nel Dio che molti osannano a propria somiglianza per perpetuare la propria immagine dopo la morte. Giacomo tuttavia era più religioso di molte persone che sono qua dentro, se per religione si intende vivere, ascoltare, rispettare, il proprio limite, morte compresa. Ricordo con quanta gentilezza e rispetto delle persone credenti si appartava durante le messe al Rifugetto Schio durante l’apertura o chiusura del CAI di Montecchio. Mi diceva, come mi ha detto l’ultima volta che è stato nella mia libreria: se ci fosse anche un Dio, per me è là fuori… Là fuori? Dicevo io. Sì, diceva lui, indicando la finestra piena di natura che ho lo fortuna di avere dietro casa. Là fuori, diceva, nella natura, nella bellezza delle montagne, del creato, delle donne stesse, della sua stessa cara moglie, di tutto ciò che ci circonda, NON nella nostra casa, là fuori trovi Dio, mi diceva, provocatoriamente, NON dentro le pareti di una chiesa. Mi ricorda la naturaleza di Padre Ugo De Censi, incisa nella sua nuova chiesa senza muri aperta sulle Ande: «El templo de DIOS està afuera, en la naturaleza, en su gente». Giacomo ha amato le montagne del Perù e del mondo proprio per questo spirito indomito di relazione, con la natura e con la gente. Indomito.

SIATE INDOMESTICI, INDOMITI
Ecco, questa è l’eredità di Giacomo. Sappiamo che non amava molto la casa, il domus. Essa era sufficiente per vivere. La sua vita era là fuori. Tra le montagne, tra la gente. Ma dietro a questo semplice schema si nasconde il più grande insegnamento di Giacomo. Uscite di casa, mettete il piede fuori (ex-pedire è la radice di spedizione, di viaggio verso le grandi montagne), uscite di casa e fate che essa non diventi una prigione, come lo sono gli schemi mentali, le sovrastrutture, tutti gli edifici grandi che dominano le nostre vite. Dominus e domus, signore (inteso come padrone), signore e casa hanno la stessa radice. Per questo siate INDOMESTICI, o più difficilmente, INDOMITI.

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POESIA
Chiudo con una poesia che raccoglie in pochi versi tutto Giacomo, pescata forse dal mio intuito, forse dalla mia frequentazione assidua di libri evocativi, forse da una inafferrabile coincidenza – perché così è stato – la prima mattina dopo la morte di Giacomo. Mi sono chiesto, tutta la notte, cosa potrei leggere, per ricordarmi di Giacomo. Per ricordarlo… Sono entrato in libreria. Ho guardato la vastità di libri che mi circonda. Sono stato attratto da L’AQUA, LA PIERA, LA TERA di Romano Pascutto. Ho aperto di botta, senza pensarci. E la prima poesia che è apparsa era… Giacomo. La migliore per Giacomo. Un miracolo letterario, potrei dire. Eccola qua.

LA SUITA. LA CIVETTA  di Romano Pascutto

Oci cristiani che lassa el mondo
no m’ha mai vardà come ti, suita,
vegnuda a morir qua zò su la tera
dopo tant viver alta sora i copi.
Ta m’ha vardà e t’ha serà i oci.
Mi no so se te ciamava disgrassie:
a mi m’è tocà quelle de ogni zorno
e po’ i to oci morindo i gera boni
come i nostri, che i restarìa qua
a pianzer, vivi, par l’eternità.

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