AMBIENTE E LAVORO. Compagni di vita | L’intervento al CONGRESSO CGIL di Alberto Peruffo per ricordare MARIO RIGONI STERN

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«Parlerò di padri e di figli. Di montagna e pianura. Di compagni di vita. 
Di ambiente e lavoro».

Di seguito, l’intervento di Alberto Peruffo all’apertura del XVIII Congresso provinciale della CGIL ad Asiago, per ricordare l’impegno civile di Mario Rigoni Stern a dieci anna dalla sua morte [scarica la versione in PDF stampabile]. Le due preziose foto di questo articolo sono di Adriano Tomba*.

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TEATRO MILLEPINI ASIAGO 22 OTTOBRE 2018
APERTURA XVIII CONGRESSO CGIL IN RICORDO DI MARIO RIGONI STERN

Citazione guida
Leggete, studiate, e lavorate sempre con etica e con passione; ragionate con la vostra testa e imparate a dire di no; siate ribelli per giusta causa, difendete la natura e i più deboli; non siate conformisti e non accodatevi al carro del vincitore; siate forti e siate liberi, altrimenti quando sarete vecchi e deboli rimpiangerete le montagne che non avete salito e le battaglie che non avete combattuto.
Mario Rigoni Stern

Parole di premessa
[dopo il documentario di Mazzacurati/Paolini e il ricordo del figlio Alberico Rigoni Stern, mostrando al pubblico il libro IL CORAGGIO DI DIRE NO, Conversazioni e Interviste 1963-2007, a cura di Giuseppe Mendicino, Einaudi 2013]
«Cosa ci aspetta oggi. Parlerò di padri e di figli»

Discorso pronunciato in pubblico

Buon pomeriggio.
Sono molto onorato di poter parlare di fronte ad un’assemblea così importante. Ringrazio il coraggio del Segretario Zanni, e forse la sua lungimiranza.
Ci vuole coraggio infatti a chiamarmi. Visto soprattutto gli ultimi fatti, la mia prima linea.
Parlare con chi la pensa diversamente da te, da noi, è anzi un dovere primario per fare crescere le relazioni di una comunità. Per tenere la porta aperta, direbbe Mario. È proprio questa forza di opposizione che spesso ci manca, quel coraggio di dire no o altro rispetto all’onda comune che spesso omologa le nostre vite e ci porta verso pericolose derive.
«Siate ribelli per giusta causa, difendete la natura e i più deboli; non siate conformisti e non accodatevi al carro del vincitore; siate forti e siate liberi» – diceva Mario ai ragazzi delle scuole e oggi io lo dico a voi.

Vi domanderete che cosa faccia io qua e perché proprio a me è stato chiesto di ricordare una figura così grande come quella di Rigoni Stern, in un contesto così inusuale e apparentemente fuori dai nostri, miei, interessi. Vi racconterò alcuni fatti che mi hanno messo in forte connessione con Mario e che pochi conoscono, ma proprio per questo lavoro dietro le quinte, tra i boschi del nostro immaginario, mi piace dire, potranno essere affascinanti ed esemplari, per tutti noi, per il mondo del lavoro, per l’impegno civile che sicuramente ci accomuna, voi ed io, ma soprattutto per portare alla luce nel breve tempo che chiederò alla vostra attenzione il grande messaggio civile di Mario. Senza riserve. E con qualche licenza che sono sicuro Mario vorrebbe che io forzassi, oggi.

Conservo una lettera di Mario che mi scrisse all’indomani di un’operazione artistica e civile che accadde 11 anni fa, sotto mia regia, nel cuore della Città di Vicenza, l’anno prima della sua morte, dove con grande sorpresa e inquietudine di chi vide quell’opera, feci scendere centinaia di croci, i morti degli altipiani, tra le vie del centro per vedere che cosa stava per capitare in città, dove la politica e i poteri oscuri della finanza e del lavoro, del lavoro al servizio di economie non certo di vita, ma di morte, stava per costruire un mostro di umanità: una nuova base militare – estranea e straniera – fatta passare per un semplice ampliamento. Mario mi scrisse queste parole: «Laggiù pochi capiranno, ma noi quassù abbiamo capito e ti ringraziamo». Qualche settimana dopo, a voce, mi disse, scendendo le scale della Sala Civica di Canove: «la tua, la vostra opera lascerà il segno».

Questo ancora né io né Mario potevamo saperlo, perché ancora non potevamo capire cosa avrebbe generato quell’onda di attivismo silenzioso e creativo, incontenibile [con me scesero 400 persone]. Tuttavia, da quel giorno, e dall’ultimo incontro, che poi vi racconterò, in cui Mario mi lasciò sulla porta di casa sua prendendomi le mie mani tra le sue, e dicendomi, di non mollare, di resistere, da quel giorno non ho mai abbassato la testa, anche se il delirio che lui vedeva, e che ci circonda in pianura, sembra non avere fine ed avanzare come una truppa senza pietà. I morti, sono morti reali. Sono compagni, spesso miei coetanei, sempre più giovani, che vedo morire al mio paese, a causa di incidenti sul lavoro, o per un lavoro troppo tirato e disumanizzato, ma soprattutto – e qui non posso nascondere il dramma delle mie parole – davastati da tumori e da malattie provocate dal nostro più grande nemico: l’inquinamento causato da un progresso senza freno, da un lavoro al primo posto ad ogni costo, da un profitto per pochi e malattie, vite minorate, addomesticate, per molti, per troppi. Soprattutto per i più deboli, per la povera gente.

Ma vorrei ritornare per un attimo alla luce, a respirare ossigeno, a questi splendidi ambienti dell’Altipiano, ai suoi boschi e in parte all’amore condiviso con Mario per lo sci, lo sci di fondo. Ricordo la prima volta che ci incontrammo, molti anni fa. Credo che gli entrai in simpatia, anzi, ne sono certo, non solo e non tanto perché praticavo l’alpinismo e con dei compagni nel 2000 dedicammo una montagna dell’Asia centrale, alta circa 6000 metri, a Nikolajewka, ma proprio perché conoscevo ogni angolo delle piste da fondo dell’Altipiano. Venivo da grandi Marcialonghe, avevo fatto ben 2 Campolonghe, durissime, di 100 km, ma soprattutto avevo ideato un supergiro che connetteva la zona di Gallio, fino all’Ortigara, per scendere a Marcesina, salire la Valbrutta e poi passare per Enego Valmaron e ritornare a Campomulo per Campocavallo. Talmente duro che pochi amici mi seguivano. Ma fu una cosa che lo stupì. Poi, l’idea del volo. Gli dissi che la pista che amavo di più per il gelo, per la neve, per il silenzio, per la poesia, era il bosco di Barenthal, dove, gettandomi a volo, come fossi un uccello libero da ogni legame se non la gioia del volare, arrivavo in picchiata dal Monte Corno. Il Barenthal che pure lui amava come e più di me. Voi direte, cosa centra questo con l’impegno civile di Mario. Centra e come che centra. Un uomo che dice: «Io vorrei andare per l’eternità in giro per un bosco con un paio di sci» – dice molto. E aggiunge – «Volo… non sento freddo. Non sento fatica. Vado con i miei ricordi. Con i miei amori. Con le persone care. Parlo con loro. Godo degli alberi. Parlo con gli alberi».

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Ecco, in questo amore, conoscenza, frequentazione, cura dei territori, delle terre dove si nasce e dove si vive e si muore, ci sono i fondamenti dell’impegno civile, del suo, del mio, di tutti coloro che di fronte alle bellezza della propria terra si sentono in dovere non solo di goderla, di chiederne i frutti, ma pure di difenderla. Mario ci dà un grande insegnamento in quel passo, apparentemente laterale, parlando di gioia e del suo desiderio. Ci dice: non c’è politica, senza geografia; non c’è civiltà, senza la conoscenza fisica della propria terra; non c’è futuro senza l’attenzione, la presenza alla realtà, il camminare insieme, come lui fece riportando i 70 suoi compagni del Battaglione Vestone dalla prima linea verso la salvezza, durante la drammatica Ritirata di Russia.

Attenzione, questo è il punto di fine e l’inizio di un percorso di coerenza. Dopo quel sogno, quel volo accennato prima, Mario, chiude con questo disincanto: «A un certo punto ti risvegli. È la realtà. Devi essere presente alla realtà. E riprendere a camminare». Ovviamente, intendeva, “insieme”.

Mario aveva una grande dote. Sapeva dire le cose in modo diretto, senza fronzoli, senza giri di parole. Quando dice: «Ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che fare il cassiere di banca» – non vuole mancare di rispetto a una professione, ma vuole dire con parole più dirette quello che ho detto sopra: ci vuole maggiore intelligenza per capire e curare e coltivare i territori nei quali si vive… che per un lavoro d’ufficio dove si passano ore a fare conti, dimentichi che fuori esiste una natura, una geografia, una complessità di cose e di persone. È proprio in quest’astrazione, in quel pericoloso progresso che si distacca dalle esigenze delle genti e dei territori – la “secessione leggera” la chiamava Rumiz – che si nasconde il pericolo più grande e l’illusione di essere intelligenti, bravi, ricchi, pieni di soldi, solo perché si manovrano dei poteri, si sta al caldo o nel fresco condizionato di una stanza, rimanendo tuttavia poveri di vita, di quel volo con se stessi e con gli amici che Mario ci ricorda in quel passaggio.
E continua: «Si dovrebbero fare le cose bene perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, fatto dall’uomo, qualsiasi lavoro, che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento. Un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo». Che lo rende libero e sereno, dirà in altri libri.

Il messaggio di Mario è chiaro: questa concezione etica del lavoro dovrebbe oggi ritornare a farci da guida. Però, prima di parlarvi di lavoro, della catasta di legna di Mario, vi dico che chi vi parla, il sottoscritto, è figlio della sua terra – il Nordest, come lo siete voi – anche per quanto riguarda il lavoro e l’economia produttiva che distingue questa area del pianeta dal resto del mondo. Insieme – purtroppo – all’inquinamento. I miei nonni erano contadini, artigiani, commercianti. Mio padre era operaio alla Ceccato e poi imprenditore artigiano ai confini dell’industria. Per me, nonostante il mio talento per gli studi teorici, analitici, mio padre volle che seguissi la strada del Nordest. Mi mandò nel migliore Istituto tecnico della Provincia, il Rossi, che frequentai con curiosità e successo [e oggi sono felice di vedere qui in sala un mio vecchio compagno di classe, tra i delegati]. Sempre per merito, non per talento, fui messo nella prima classe sperimentale di robotica, prima assoluta in Italia, la disciplina che poi generò l’attuale meccatronica. Da mio padre durante l’estate e poi per anni, imparai tutti i lavori, sia nei reparti operai, sia negli uffici: lavorai al tornio, al trapano, alla fresa, al controllo numerico, al montaggio, alla verniciatura, nei magazzini, negli uffici tecnici, commerciali, disegnai macchine e lavorai per tessere relazioni internazionali, annusai le polveri della fabbrica e l’illusione della sicurezza negli uffici. Capii che qualcosa non andava. I ritmi, le relazioni con le persone, le banche, le imposizioni di una burocrazia cresciuta troppo, l’assistenzialismo troppo spinto dello Stato, i pesanti compromessi interpersonali che intaccavano la passione, il carrierismo, i soldi come valore assoluto, e l’ostentanzione degli oggetti che essi procurano. Presi altre strade. Continuai a studiare. Mi inventai un lavoro più umano per contrastare tutto ciò e coltivare la mia passione e il mio talento, la mia catasta di legna. Incontrai Mario. E oggi sono qua.

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Bene. Siamo al lavoro. Userò l’immagine della catasta di legna come metafora [vedi spezzone video sopra, ndr]. Mario dice che se la catasta è fatta bene, non cade. E si prova soddisfazione nel vederla in piedi, ben fatta. Ma se dietro a quella catasta, alla soddisfazione, al legittimo orgoglio di un imprenditore c’è un puntello sporco, di incoerenza, come ad esempio un tubo che per tenere in piedi la catasta è costretto a far passare al suo interno liquame che inquina, avvelena la terra, magari non la nostra, ma quella del vicino di casa, ma che poi, attraverso l’acqua, che filtra dappertutto, passa anche sotto casa nostra e la bevono i nostri figli, mi domando che senso abbia il lavoro, la catasta che gli altri vedono, i soldi e il calore che ricavo da quel legname. Nessuno. Non c’è alcun senso in quel lavoro ed oggi la stessa domanda io la faccio a voi, consapevole che qualcuno tra i presenti già immagina dove voglio arrivare essendo io la prima linea della questione PFAS e dell’inquinamento delle falde delle nostre valli, il più grande inquinamento dell’acqua potabile che la Storia d’Europa ricordi.

Non voglio dilungarmi sulla questione MITENI, ma voglio darvi tre semplici punti di etica del lavoro suggeritemi da Mario, dagli incontri che ho avuto con lui, dai suoi libri, per disegnare una visione del futuro per noi tutti.

PRIMO. È triste dirlo, ma bisogna dirlo. Mario stesso me lo fece capire nel nostro ultimo colloquio. Con me era presente il grande fotografo e amico comune Adriano Tomba. Mario, 11 anni fa, mi fece capire che la pochezza dei nostri politici e della nostra classe dirigente, siano essi imprenditori o sindacati o associazioni di categoria, ci stava portando all’omicidio dei valori per cui lui aveva lottato: giustizia, libertà, umanità. Omicidio che io, insieme all’urbanista Francesca Leder, abbiamo chiamato “suicidio del territorio”. Il tessuto urbano fagocita il tessuto umano, scrissi in un passaggio dell’opera dei cimiteri, che impressionò Mario. Basta passare per le nostre strade, dove insistono opere folli come la Pedemontana Veneta, costruita sopra alla spazzatura di discariche abusive, a Montecchio, incidendo le terre pestilenziali pregne di PFAS, vicino alla MITENI, dove ora i governanti, in accordo con oscuri finanziatori, hanno piantato un leone identitario, o indagare cosa si è sepolto sotto la Valdastico Sud e immaginare cosa accadrà per la Valdastico Nord. Basta vedere la pletora di capannoni costruiti su zone industriali disegnate a caso, per capire il delirio iperproduttivo e di onnipotenza del Nordest. Mi domando con quale criterio si è permesso di fare ciò, di far costruire una base militare fatta passare per ampliamento perché nuova non si poteva costruire, dicendo, Zonin e compagni, che lo si faceva per creare indotto e lavoro! Mi domando come per la MITENI, ex Rimar, già colpevole di un inquinamento criminale, storico, proprietà della famiglia Marzotto, in un sito sotto Direttiva Seveso, si sia potuto avallare, addirittura incrementare la produzione di sostanze pericolose e sversare senza controlli le stesse sulla Poscola, avvelenando l’acqua che fornisce potenzialmente 500.000 persone! O far passare per vivificazione il crimine in atto presso il Tubone Arica, dicendo che è diluizione, ingannando con le parole! E molte altre cose malsane che sono atti criminali per il ben vivere di noi stessi e dei nostri figli. E la gente muore di tumore, si ammala, i bambini nascono prematuri, minorati, le mamme soffrono di tiroidi come nessun altro luogo in Italia, i maschi sono infertili e molti nostri amici si ammalano di cancro ai testicoli e voi, tutti, noi tutti, qua dentro o fuori nelle sale, nelle piazze, al bar, in famiglia, si tace, si acconsente, si insabbia. Per non parlare dei suicidi dovuti alla crisi economica, alle truffe delle banche impopolari e le ingiunzioni del fisco. Ci stiamo veramente suicidando? Com’è possibile tutto ciò? Non ho risposte, anzi, le avrei, ma non qui. Vi leggo invece come secondo punto, un passo di Mario, tratto dall’Anno della vittoria, uno dei libri che amo di più. Un passo per uscire da questo delirio.

SECONDO. I protagonisti, un padre e un figlio, e il vecchio Tana, stanno salendo nelle parti alte dell’Altipiano, tra i resti della Grande Guerra. Leggiamo il racconto di Mario: «Quando furono più avanti il bosco d’alto fusto finì. Ma non era per il clima o per altitudine perché la vegetazione di abeti e di larici una volta arrivava ben più in alto, ma perché i tronchi erano stati schiantati dai bombardamenti, segati dalle mitragliatrici, e l’erba e gli arbusti uccisi dai gas. Pietre nude annerite dagli scoppi o giallastre per l’esplosivo, o bianche perché dissepolte dai millenni sembravano le ossa spezzate della Terra. I tre proseguirono senza parlare, saltando da una parte all’altra delle trincee dove erano più strette. Dal terreno sottosopra affioravano resti umani, ma quando arrivarono tra le une e le altre linee, dove i reticolati dividevano i due schieramenti, il loro orrore raggiunse lo sbigottimento: dai grovigli di filo spinato pendevano al sole di maggio decine e decine di scheletri e pareva che l’aria li facesse dondolare.
– Così, – disse infine il padre di Matteo, – sarà anche sull’Ortigara, sul Carso, sul Montello, sul Grappa. Questo dovrebbero vedere i governanti – Anche le madri dovrebbero vedere questo, – aggiunse Tana».

Questo passo è esemplare. Soprattutto il finale. Innanzi tutto Mario ci fa capire che la visione diretta del crimine ci può far cambiare idea e a volte bisogna portare con forza le persone a vedere ciò che non vorrebbero mai vedere con i loro occhi, anche se sanno che esiste: la morte, la follia della guerra. Io vorrei che tutti, industriali, sindacalisti, operai, governanti, padri, madri, andassero a visitare il Tubone Arica. Alzi la mano qui in sala chi di voi l’ha mai visto di persona? Eppure ci confluiscono dentro 5 depuratori del nostro territorio vicentino! Esso è uno dei frutti/rifiuti della nostra terra. Un crimine a cielo aperto. Questo dovrebbero vedere i governanti, dice Mario. Anche le madri, aggiunge Tana. Ecco quel anche le madri mi colpì tanti anni fa, tanto da incidere indelebilmente la mia memoria. Le stesse madri che ora sono in prima linea nella lotta contro i PFAS perché hanno scoperto di avere i figli avvelenati. Se oggi fossero qui vi urlerebbero: avete avvelenato i nostri figli, avete avvelenato i nostri figli, in nome del lavoro e dei soldi. Le stesse madri che io volli in prima fila nella due Marce dei Pfiori, i fiori con la p inquinata, davanti, di fronte alla MITENI. Quelle madri e quei padri di cui io sono voce e che formano ora un esercito che fa tremare tutti e che è ascoltato con grande rispetto per la civiltà delle azioni e i contenuti della nostra battaglia; ascoltato da tutti, da istituzioni e dal popolo. Tutto. Fuori che dalla Confindustria e da parte del mondo del lavoro. E vengo con ciò al terzo punto, conclusivo.

TERZO. Sappiamo che la questione inquinamento e PFAS è talmente grande e complessa, che non si sa da che parte prenderla. Perché potrebbe fare implodere un intero sistema, tante connessioni essa offre e soprattutto tanto grande è il danno che ha fatto e che farà. Quello alla salute, con costi incommensurabili, anche dal punto di vista economico, arriveranno sul lungo termine. Ma pensate ai danni nel breve termine. Se solo la Regione avesse il coraggio di mettere fuori le analisi sugli alimenti, sul cibo che mangiamo ed esportiamo, il comparto agro-alimentare, i prodotti locali, doc e dop, fino alle produzioni su larga scala, tutto andrebbe infangato, scatenando il finimondo con ripercussioni su ogni dove. Addirittura il sogno kmzero è stato infranto. Una Regione che aveva fatto della produzione locale il suo fiore all’occhiello, scopre che questo fiore è sporco, di liquame, di pesticidi, di sostanze altamente tossiche per le quali la DuPont negli Stati Uniti ha sborsato 1000 milioni di euro di danno ai civili e agli operai, grazie all’avvocato Robert Bilott, nostro alleato e che la sua presenza un anno fa qui da noi fece rabbrividire la Regione e non solo.
Come uscirne? Da qualche parte bisogna pur cominciare, intanto facendo passare questo importantissimo concetto: il diritto all’ambiente viene prima del diritto al lavoro. Attenzione, stiamo parlando di diritto, e prima non significa senza, ma che l’ambiente è un concetto che comprende il lavoro. Scrivevo in un passo al movimento NO PFAS: «Non torneranno i prati dove la parola lavoro, profitto, produzione, economia […] saranno messe davanti alla parola AMBIENTE, salute, relazione. Non torneranno i prati fin quando non capiremo che il termine AMBIENTE non è altro che la salute nostra e di tutto ciò che ci circonda: il rispetto e la dignità delle persone e delle creature, piccole o grandi che siano. [Operai e loro figli, compresi]. Anche fuori dalle nostre case. Dai nostri giardini».

E concludevo: «il nostro movimento diventi il primo movimento della storia a mettere il diritto all’ambiente prima del diritto al lavoro». Ambiente e lavoro da oggi dovranno andare sempre, e dico sempre, insieme. Come compagni di vita. Fu l’errore più grande della dottrina marxista non capire ciò. E sono assai amareggiato che nell’articolata intervista di ieri sul Giornale di Vicenza, il Segretario Zanni risponda molto bene, ma in tutta la pagina, pure negli articoli di corollario, non compaia una sola volta la parola ambiente. Se oggi voi siete qui a ricordare Mario Rigoni Stern come iscritto alla CGIL non potete non mettere nel vostro lessico di base, prioritario, la parola ambiente. Mario vorrebbe questo e non altro e solo per questo io oggi sono qui. A rompere le righe.

Ed è per questo che il grande errore della MITENI – che ha massacrato l’ambiente – ci dà la possibilità di fare un salto di civiltà senza precedenti. Un passaggio storico. Se non faremo quel passo, che è un passo indietro [quel NO che disse Mario di fronte al fascismo, alla guerra perenne, nel 1943, che lo portò al lager], ecco, se non facciamo ora quel passo indietro per farne poi 10 in avanti, cadremo dentro la fossa del suicidio del territorio e i nostri figli nasceranno tra tumori e liquami. Ricordatevi. Avete avvelenato i nostri figli, è l’urlo delle madri. Un urlo che sa di rivoluzione in queste terre dove il coraggio è stato sepolto dalle immondizie.

Così, a conclusione, sottopongo la mia proposta al mondo dei sindacati e dell’industria, alle istituzioni. A voce l’ho già fatta a Zanni e ad altri sindacalisti che stimo, perché conosco la storia del sindacato e so quanto importante sia stato per lo sviluppo della nostra civiltà e ancora credo nella sua forza primigenia. Come ho accennato prima, noi del movimento NO PFAS siamo stati a parlare con tutti, ministeri dell’ambiente e della salute, assessori affini, ma io, noi, ci siamo stancati delle loro querelle e incompetenze. Sono sincero. Ho più fiducia nel mondo del lavoro e dell’intelligenza creativa. L’unica soluzione può arrivare dal mondo del lavoro, dal mondo della costruzione del futuro, dal lavoro che rispetta le persone e l’ambiente. Io voglio, noi vogliamo, che voi ci facciate fare un tavolo del lavoro in Regione o non so dove perché porteremo noi, insieme a voi, l’ipotesi di soluzione per uscire da questo incubo. Che è questa: la MITENI va chiusa nelle produzioni. Punto. Ma non va chiusa per il potenziale di futuro che il suo errore rappresenta. Essa va riconvertita non più in una fabbrica di produzione, ma in un centro di bonifica permanente ad alto profilo di ricerca sul tema nuovi inquinanti. Essa deve diventare il più importante centro di eccellenza di bonifica e di ricerca italiano, di esempio al mondo e di aiuto alle fabbriche del territorio che avranno in futuro bisogno di queste strategiche competenze che interesseranno il pianeta intero, messo alla sbarra dalla questione climatico-ambientale. Le maestranze di alta competenza della MITENI già presenti in loco, siano qui impiegate e riconvertite, mentre gli operai che lavoreranno alla bonifica siano messi in grado di farlo con il massimo della protezione e della sicurezza. Gli altri, i più contaminati, siano accompagnati con gli strumenti di protezione e di tutela del sindacato, della Regione, dello Stato, che già esistono, verso una pensione di rispetto, e quelli ancora in salute ricollocati nel tessuto imprenditoriale sano del territorio. E da qui si inizi un percorso di rispetto dell’ambiente, dei lavoratori, della dignità dei territori come in nessun altro posto in Europa, visto quello che siamo ora in Europa: la terra con il più grande inquinamento dell’acqua potabile, senza contare gli inquinanti classici di un modello di sviluppo che non regge più. Questo centro potrà essere oggetto di investimento e di economia sana per un futuro intelligente, attirando interesse di imprenditori lungimiranti e nuovi lavori che la creatività dell’uomo produce in situazioni di grande complessità e difficoltà. Attirando fondi europei previsti per il disinquinamento industriale e la ricerca in materia. Abbiamo un’opportunità unica al mondo per l’errore magistrale che in queste terre abbiamo fatto, ossia lasciare una fabbrica che produce sostanze pericolose sopra la più grande risorsa di ogni territorio, l’acqua. Con l’aggravante di non averla controllata come si doveva. Come diceva Mario, è ora di cominciare un cammino insieme. Io chiedo a voi – dirigenti di questa sala – di fare questo passo indietro nei confronti dell’ambiente, per farne 10 in avanti per i vostri figli.

Come saluto finale ritorno alla casa di Mario. 11 anni fa. Ero da lui perché avevo ideato l’Istanza Vicenza Fuori dall’Unesco se a Vicenza avessero costruito la base militare, che va contro i principi dell’Unesco e della Città stessa. Un percorso che mi portò alla Presidenza UNESCO di Parigi e che portò poi l’Unesco stessa qui a Vicenza l’anno scorso. Mario fu il primo a firmare questa istanza. Che partiva dalla nostra, dico nostra, opera dei cimiteri, opera che a sua volta nasceva dalla nostra conoscenza invernale, specie con gli sci di fondo, delle decine di migliaia di poveri soldati sepolti sull’Altipiano; morti e cimiteri che decisi, come nel passo di prima tratto dall’Anno della vittoria, di portare giù in città visto che i governanti e le madri non volevano salire in Altipiano. Il tessuto urbano fagocita il tessuto umano, scrivevo. Il suicidio di cui vi parlavo. Mario era ammirato dalla mia strategia e dalla mia volontà. Ma allo stesso tempo, nei suoi occhi tristi, dove vedevi passare i drammi di una vita, come un film, mi disse, anzi, mi espresse con grande foga la sua rabbia, il suo sdegno, la sfiducia, addirittura la sua disperazione di fronte all’ignavia della politica italiana, di una sinistra amebica che non sapeva più cosa significasse opposizione, dei dirigenti vicentini che avevano venduto la propria terra per un pugno di lenticchie, o per false identità. La sua foga disperata fu un uragano emotivo per me. Quasi mi distrusse. Ricordo, ebbi un minuto di terrore, di smarrimento, di terra che scappa via da tutte le parti. Rimasi in silenzio. Feci fatica a riprendere. Dissi solo, come ultimo mio argomento: «ma io ho dei figli, laggiù». Mario avvertì il mio smarrimento. Non volava una mosca. Solo il nostro sentimento di paura condivisa. Prese la mia Istanza, la firmò e mi abbracciò. Io ero ancora sconcertato: ma davvero non c’era più nulla da fare di fronte all’ignavia della pianura se un grande vecchio come Mario, alla fine della sua vita, mi butta addosso tutta questa disperazione? Questa era la mia domanda e la mia paura. Grande, immensa, in quel momento. Fu lui a rispondere. E fu come quando i russi gli aprirono la porta alla fine del Sergente, accogliendolo in casa. Con la differenza che io stavo uscendo incontro al futuro.

Sulla soglia di casa Mario mi prese le mie mani tra le sue e mi disse: «Alberto, resisti. Devi resistere». Sempre, risposi, guardandolo negli occhi. Ma ancora pervaso da un sentimento oscuro. La pianura mi aspettava.

Ecco, io ora quelle mie mani, che furono in mano alle sue, le offro a voi.
Per camminare. Per tornare giù in pianura.
Insieme.

Buon congresso.

Alberto Peruffo, Asiago 22 ottobre 2018.

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alberto_peruffo_CC
ANTERSASS CASA EDITRICE | Montecchio Maggiore | VI
25 OTTOBRE 2018

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HYPERLINKS

*Le foto sono di Adriano Tomba, illustre fotografo valdagnese, grande amico di Mario Rigoni Stern. Questo il suo sito >> http://www.adrianotomba.it/

Il sito della CGIL con il reportage foto/video della giornata del 22, a cura di Francesco Brasco >> http://www.cgilvicenza.it/comunicati/3127/cgil-vicenza-congresso-provinciale-la-relazione-di-giampaolo-zanni-e-lintervento-di-alberto-peruffo

Il testo di Alberto Peruffo in PDF stampabile >> CGIL MARIO RIGONI STERN di Alberto Peruffo (rev)

Il video di Mazzacurati/Paolini da qui prende spunto il testo >> https://youtu.be/Mw-10y2kAqQ

 

conferenza CGIL Mario Rigoni Stern.jpg

  1. Francesca Leder

    Un bellissimo testo che ho letto tutto d’un fiato. Grazie davvero Alberto.
    Penso che il modo migliore per onorare la memoria e l’etica di Rigoni Stern sia impegnarsi senza tregua in queste nostre battaglie civili anzi, cosa dico: civilissime! Non ci può essere alcuna emancipazione senza atti di coraggio e senza forzature degli schemi dati. Senza legittima ribellione contro le prepotenze.
    Mi permetto un’amara considerazione: il coraggio è spesso dei più giovani. E noi (soprattutto da queste parti) siamo una società vecchia, con tutte le sue magagne e suoi dolori da curare e da cullare. Una società vecchia e molto egoista che uccide le speranze dei più giovani e insegna loro la rassegnazione.

  2. Rosanna McFarlin

    Sono Rosanna Benetti Bisaches e nacqui nel 1940 ad Asiago al terzo piano della casa in Via Monte Ortigara , # 5. Al secondo piano, della stessa casa, abitava la famiglia del papa’ di Mario Rigoni Stern . I ricordi di quella numerosa, famiglia mi accompagnano ancora e mi danno a tutt’oggi conforto e speranza. Ho gradito ed approvato l’esposizione sincera dei sentimenti nei riguardi di Mario Rigoni Stern. I suoi libri con dediche personali , sono sempre a portata di mano per leggerli e rileggerli spesso , con sentimenti di affetto sincero. Grazie Alberto Peruffo e collaboratori .

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